“Diverse misure per le regioni”. Ma Conte decise di spegnerlo

Coronavirus, Cts:

Il 7 marzo, il Comitato tecnico scientifico proposto di chiudere solo un pezzo di Italia, quello con i casi più positivi, ma il confinamento deciso da governoquattro giorni dopo ha paralizzato tutta l’Italia. Senza distinzioni.

La percentuale

Cominciamo con la fine di questa storia. Dalla Sicilia alla Sardegna, dalla Calabria all’Umbria, dal Lazio all’Abruzzo: le regioni centro-sud, tutte insieme, rappresentano solo il 12% dei casi positivi registrati in Italia dall’inizio dell’epidemia, a appena l’8,5 percento dei decessi. Eppure furono condannati allo stesso tipo di chiusure del Lombardiache da solo ha più di tre volte più persone infette e cinque volte più morti nelle regioni centrali e meridionali. Il parrucchiere di Isernia (Molise 421 casi e 23 morti), per mesi, ha dovuto sospendere l’attività come collega bergamasca (Lombardia circa 97.000 casi positivi e, purtroppo, 16.829 morti). Qualcosa è sbagliato. La risposta del governo è che, chiudendo allo stesso tempo l’intero paese, il contagio ha impedito anche il salvataggio delle regioni meridionali. Tuttavia, non vi è dubbio che l’enorme danno economico causato da una fornitura sovradimensionata per i numeri del centro-sud. Il crudele paradosso è che la Lombardia, attratta per decenni dalle pressioni dell’indipendenza, anche in questo caso per ragioni economiche, ha spinto l’Italia a essere una e indivisibile di fronte al blocco.

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Suggerimento

I documenti del comitato tecnico scientifico, rilasciati ieri dalla Fondazione Einaudi, confermano che il primo suggerimento fatto al governo riguardava misure differenziate, con un blocco focalizzato solo sulle regioni maggiormente colpite dalla diffusione di Sars-CoV-2. Cominciamo con il processo verbale 12 del 28 febbraio. Il CTS, vale a dire gli scienziati scelti dal governo per far fronte all’emergenza del coronavirus, propone una serie di misure più leggere per l’intero paese; altri più significativi per le regioni in cui “non c’erano casi con modalità di trasmissione sconosciute”, vale a dire per il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria e il Piemonte. Infine, misure molto severe, oltre a quelle già adottate, per le regioni con una “complessa situazione epidemiologica”: Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Si ricorderà che il Primo Ministro Conte ha inizialmente scelto la linea di interventi differenziati, con una vasta zona rossa che ha interessato la Lombardia, parte dell’Emilia, Piemonte, Veneto e Marche. Era l’8 marzo. Ma dopo tre giorni, ecco il colpo dell’asciugamano: il blocco in tutto il paese dall’11 marzo, a Isernia come a Bergamo. Ma è nel numero 21 del 7 marzo che il Comitato tecnico scientifico entra in modo più specifico. Gli scienziati, nel testo inviato al Ministro della Salute, Roberto Speranza, esprimono preoccupazione per la progressione dell’epidemia; dove sono state pianificate aree rosse (Lodigiano) c’è una leggera diminuzione, ma in altre aree il contagio sta volando via.

Livelli

E il Comitato scrive apertamente: “Si concorda di definire due livelli di misure di contenimento da applicare: a) uno, nei territori in cui il virus si è diffuso maggiormente fino ad oggi; b) l’altro, su tutto il territorio nazionale. “Per le misure più severe, il Comitato menziona espressamente tutta la Lombardia, le province di Parma, Piacenza e Modena in Emilia, Rimini in Romagna, Pesaro-Urbino in Marche, Venezia, Padova e Treviso in Veneto, Asti e Alessandria in Piemonte. Per tutti questi territori, chiede la fine di eventi sportivi, sci (e le settimane bianche, bloccate troppo tardi, hanno causato centinaia di infezioni) ; stop a scuole, musei e concorsi pubblici; restrizioni alla ristorazione e al commercio; limitazione dei movimenti. Per tutte le altre regioni sono indicate misure di contenimento, ma molto meno invasive rispetto a quelle del decreto dell’11 Marzo che ha portato al blocco di tutto il paese, quando il barbiere di Isernia è stato costretto a fermarsi proprio come il suo collega bergamasco.



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Abramo Montalti

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